Il Concetto di Legge nell'Epistola ai Romani

(di Domenico Iannone)


Nell'epistola ai Romani, la legge mosaica è da Paolo presentata in un contesto "soteriologico". Ciò significa che tanto il giudeo quanto il greco sono accomunati dalla stessa situazione esistenziale al cospetto di Dio, sono cioè entrambi peccatori e bisognosi di salvezza (Rm. 2:9).
Pertanto il giudeo non ha sul greco alcun vantaggio, la differenza tra gli uomini è data dalla sola osservanza o meno della "Legge" divina.
Il giudeo che non avrà osservato la "Legge mosaica", perirà sulla base della condanna per i trasgressori della Legge (contenuta nella stessa Legge), mentre invece il credente-gentile (il non giudeo) pur non appartenendo per discendenza al popolo giudeo, sarà salvato (vivrà) sulla base della Legge scritta dallo Spirito nel suo cuore (Ez.36:27).
Dunque Paolo nel brano di Rom. 2:9-16, non starebbe confrontando la infedeltà dei Giudei con la fedeltà, secondo coscienza, dei Pagani (così alcune versione traducono il termine greco "ethne", che noi preferiamo tradurre "credenti provenienti dalle genti", vedi Rom. 1:6).
E' assente nel pensiero paolino, così come nel resto della Scrittura, la possibilità di osservare la Legge di Dio senza il concorso dello Spirito di Dio (Rom. 2:13).
Paolo prosegue la propria argomentazione, prendendo in considerazione la situazione del Giudeo che si "vanta" della propria condizione di appartenenza al popolo "eletto"(Rom. 2:I7-25), senza tuttavia corrispondere alle caratteristiche spirituali richieste da Dio.

In tale prospettiva il "credente proveniente dalle genti", chiamato stavolta "circonciso di cuore", "'incirconciso che osserva i precetti della Legge"(v.26), poichè "adempie la Legge", è nella posizione di poter "giudicare" il circonciso "nella carne" ribelle a Dio, testimoniando che la vera circoncisione è quella del cuore. Vero Giudeo risulta essere chi è "circonciso" nell'interiore (v.29).
Ma nonostante la presente ribellione al Vangelo di alcuni Giudei, Dio rimane fedele nei loro confronti
(Rom.9-10). Paolo si spinge ad affermare che "la nostra (di noi giudei) ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio"(Rm.3:5).
"Abbiamo noi (noi giudei) qualche superiorità?"(Rom. 3:9). In realtà tanto i Giudei quanto i Gentili sono accomunati dalla stessa situazione di lontananza da Dio e dal bisogno di salvezza (Rom. 3:10-l8).
Fare affidamento alle "opere della legge"(probabilmente è qui in questione la necessi
tà o meno della circoncisione per la salvezza, Rom.4:9), non consentirà ai Giudei di ottenere la "giustificazione"(v.20).
La salvezza è offerta da Dio "indipendentemente" dalla Legge (salvezza e giustizia di Dio sono termini sinonimi Rom. 1:17)
Se pertanto Dio salva a prescindere dalla Legge, i Giudei di cosa possono vantarsi (Rom. 3:27)? Ogni vanto è escluso in quanto Giudei e Gentili ricevono da Dio le medesime opportunità di salvezza (e i Gentili che sentono la chiamata a salvezza, non sono costretti a diventare prima Giudei facendosi circoncidere).
Abramo credette alla promessa di Dio e ciò gli fu riconosciuto come espressione di giustizia (Rom. 4:3), eg1i non fu "giustificato per le opere" (il v.2, non avalla una presa di posizione da parte di Paolo contro una "dottrina dei meriti").
Il senso dell'argomentazione è che chi "opera" (a prescindere dai meriti), non "crede"(Rm.4;3-5).
In Rom. 4:9-13, è chiarito ulteriormente l'oggetto della questione: legittimare la circoncincisione dei credenti provenienti dal mondo pagano, affinchè possano essere salvati, mette in questione l'esempio di Abramo, che fu "giustificato" (cioè salvato) prima che Dio ordinasse il segno della circoncisione.
La promessa di salvezza fatta ad Abramo fu estesa anche alla sua progenie secondo la fede (cioè che avrebbe seguito la sua stessa fede), la salvezza non è dunque solo "per quelli che sono della Legge"(i Giudei v.14), ma anche per coloro, che seguono le orme di Abramo.
Con il brano di Rom 4:16 è ripreso quanto enunciato in Rom. 3:20, ed è anticipato quanto verrà detto in Rom. 5:13-14.
L'insegnamento complessivo è il seguente: tramite le opere dalla Legge non si è giustificati, la "Legge mosaica" per quanto concerne la "giustificazione" ha un'utilità meramente "negativa", essa manifesta il peccato presente nel cuore dell'uomo (Rom. 3:20).
La Legge manifestando il peccato testimonia contemporaneamente la pertinenza dell'ira divina nei confronti dell'uomo peccatore. Abramo non si è confrontato con la Legge mosaica, ciononostante Dio sulla base della fede lo ha giustificato.
In Rom. 5:13-14 Paolo si confronta con un ulteriore aspetto della Legge; pur essendo la Legge assente prima di Mosè "non imputando il peccato all'uomo", non per questo l'uomo risultava "innocente", tanto è vero che gli "effetti" del peccato (la morte, la concupiscenza) erano ben visibili da Adamo fino a Mosè. La Legge è intervenuta per rendere massimamente evidente il peccato dell'uomo (Rom. 5:20).
Il credente rinnovato dal Cristo ha ora la possibilità di liberarsi gradualmente dal potere del peccato, in tal senso egli non è più "sotto la Legge" (Rom.6:14).
Per il non-credente la Legge ha il compito di fare "abbondare il peccato" rivelando la profonda peccaminosità del suo cuore non sottomesso alla volontà di Dio.
Non essere "sotto la Legge" ha dunque il significato limitato di non essere "accusati" più dalla Legge (ricordiamo quanto Paolo ha già detto in Rom. 3:31 a proposito del "rendere stabile la Legge").
In Rom.7:5 è sintetizzato il contenuto del brano di Rm.7:7-24 e riproposto l'insegnamento di Rm.6:13,18: quando eravamo nella "carne" la Legge aveva il solo potere di destare in noi le passioni peccaminose
(Rom.7:5), mentre il brano di Rom.7:6 sintetizza il contenuto di Rom. 8.
Non concordiamo con l'interpretazione protestante "classica" di Rom.7:7
-24, non riteniamo infatti che il brano illustri il travaglio dell'uomo "credente", che pur essendo in possesso dello Spirito, a causa della corruzione della propria natura, sperimenta una dolorosa lotta interna tra carnalità e santità.
Coloro che seguono tale interpretazione affermano che il soggetto di Rom.7:7:24 sia lo stesso Paolo, che conosciuto il comandamento "non concupire", fu vittima di ogni sorta di concupiscenza (secondo i fautori di tale teoria Paolo fu ignaro della Legge sino alla festa del Bar-Mitwa, quando gli adolescenti ebrei prendevano conoscenza della Legge mosaica).
A supporto di tale interpretazione si fa notare che dal v.7 al v.13 sono usati verbi al passato, mentre dal v.14 sino al v.23 i verbi usati sono al presente, si suppone dunque che Paolo dopo aver fatto riferimento al suo passato di giudeo osservante, faccia in seguito riferimento al suo stato attuale di cristiano (e in generale allo stato di ogni credente).
Va ricordato che il combattimento del credente contro la propria carne è indubbiamente dottrina "biblica"(Gal. 5:17), ma il soggetto del brano di Rom. 7, non appare essere il credente, ma la Legge, infatti:

1) nell'epistola ai Romani, la Legge desta le passioni peccaminose soltanto di quanti sono nella "carne"(Rom. 7:5);

2) il credente, grazie all'aiuto dello Spirito, è sciolto dal rapporto con la Legge che fa in lui abbondare il peccato (Rom. 7:6);

3) si spiega il grido dell'uomo di Rom.7:24, come quello di un uomo bisognoso di salvezza;

Questa interpretazione intende i mutamenti di tempo dei verbi di Rom. 7:7-25 (passato-presente-futuro) come descrizioni non dello stato del credente posto tra passato (il suo stato di incredulità) e futuro (la liberazione escatologica dal "corpo di peccato"), quanto piuttosto come espressione della ricca maniera di argomentare di Paolo che spiega lo stato del non-credente giudeo a confronto con la Legge (giudeo ignaro della Legge=passato , giudeo conscio della Legge=presente) additando inoltre la liberazione dal "potere mortificante" della Legge attraverso il Cristo (conversione=futuro).
Che poi Paolo in Rom.7:7-24 non faccia riferimento a credenti lo si arguisce da una lettura attenta di Rom. 8:1-16.

Concludiamo questa "breve ricognizione del concetto di "legge" nella epistola ai Romani, distinguendo due preoccupazioni fondamentali in Paolo, la prima è quella di sottolineare l'importanza della "pratica" della Legge per quanto concerne l'essere graditi a Dio, in questa prospettiva non c'è alcun primato del giudeo sul greco, un comportamento santo discrimina il falso giudeo dal vero credente (Rom. 3:1-8).
La seconda preoccupazione di Paolo ha a che fare con il modo scelto da Dio per salvare, in tale prospettiva non è la Legge ad assolvere un ruolo positivo quanto piuttosto la fede, la Legge può soltanto far abbondare il peccato ma non salvare.
Da quanto si è detto, si è compreso che i temi della "giustificazione" e della "santificazione", si intrecciano complessamente nelle epistole paoline, pertanto essi vanno accuratamente distinti onde evitare il rischio di antinomismi o all'opposto di legalismi.

Capitolo 1°

v.4 Paolo afferma che il Cristo è un discendente della dinastia davidica, esso è cioè "nato dal seme di Davide secondo la carne", ed aggiunge che Egli è stato "dichiarato Figliuol di Dio con potenza secondo lo spirito di santità mediante la sua risurrezione dai morti".
Il senso del verbo "dichiarato"(oristhentos) è da intendersi, alla luce del contesto della dottrina della Trinità, come significante: dichiarato agli occhi degli uomini, e non piuttosto come hanno sempre tentato di fare gli antitrinitari: dichiarato "simile" a Dio al momento della risurrezione.
Paolo individua dunque nella risurrezione il momento determinante della manifestazione della divinità e potenza del Cristo al mondo.

v.5 Cristo è colui che conferisce i ministeri (nel caso specifico l'apostolato) e la loro efficacia ("grazia" nel senso di "efficacia"). Và notato che il termine "tutti" ("tutti i Gentili"), non designa la totalità dei Gentili, quanto piuttosto ogni categoria di Gentili(1Tim. 2:3 e Rom. 5:l8).

vv.11-12 Il desiderio di Paolo sarebbe quello di visitare la chiesa di Roma onde "comunicare" (metadoo) ad essa "qualche dono spirituale" (karisma pneumatikon); tale modo di esprimersi ha fatto pensare ad una trasmissione di "doni spirituali" per il tramite di una qualche forma di imposizione delle mani, ma al v.12, Paolo chiarisce meglio la sua intenzione: comunicare doni è connesso al conforto donato dalla "fede comune", dove qui per "fede", bisogna intendere l'insieme delle dottrine rivelate.

v.I6 E' per la prima volta adombrato lo sfondo polemico dell'epistola, I'evangelo salva tanto il Giudeo quanto il Gentile, tale è il senso dell'espressione facente riferimento alla storia della salvezza, "prima il Giudeo, e poi il Greco". L'intento di Paolo è di mostrare come tanto i Giudei, che pensano di possedere per tradizione la rivelazione scritta della volontà di Dio, quanto i Gentili, che invece non la possegono, sono accomunati dall'intenzione salvifica di Dio.

v.17 Nell'Evangelo è rivelata la "giustizia di Dio", ossia il potere che ha Dio di "rendere giusti" cioè di salvare; non è dunque in questione la "equanimità" di Dio, la cosidetta "giustizia retributiva" quella secondo la quale Dio darebbe a ciascuno ciò che meritatamente gli spetta: il castigo al malvagio, e la benedizione all'innocente. La giustizia di Dio alla quale fa riferimento Paolo è invece rivelata da "fede a fede", nel senso che essa è compresa interamente nella sfera della fede, non dipende perciò in alcun modo nè da opere, nè da volontà d'uomo, ed è imputata esclusivamente per grazia.

vv.18-32 Appare un pò dubbia la considerazione che questo brano illustri la situazione di peccato dei Gentili in generale, interpretazione fondata sull'affermazione : "gli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia" (v. 18).
Più probabilmente la sezione sembrerebbe volere attirare l'attenzione sulla situazione di quei Giudei che pur possedendo le Sacre Scritture, non le osservano; alla luce di quest'ultima considerazione, il brano non avrebbe tanto di mira la "rivelazione generale" comunicata a tutti gli uo
mini per il tramite dello spettacolo della "creazione"(v.20), quanto piuttosto il fatto che i Giudei rispetto ai Gentili non possono vantare nessuna superiorità, in quanto il loro possesso della Legge (l'Antico Testamento) non è seguito da un comportamento adeguato, anzi il loro comportamento risulta in tutto simile (nelle conseguenze) a quello dei pagani.

v.18: "L'ira di Dio si rivela contro gli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia". L'interpretazione "classica" di questo brano, intende la "verità" a cui vien fatto riferimento, come "rivelazione generale", cioè come la rivelazione che Dio fa di sè stesso attraverso l'opera della creazione. Tuttavia il v.19 connette al termine "verità" a "quel che si può conoscere di Dio" e a "manifestato", espressioni che sembrano rimandarci all'AT, e dunque ad un contesto giudaico.

v.20 Il carattere di Dio ("le perfezioni invisibili"), la sovranità ("eterna potenza") e la divinità, sono "chiare"(v.20). Ci chiediamo come possa essere possibile tale chiarezza per il tramite della contemplazione dello spettacolo della natura? Infatti la conoscenza che la natura dovrebbe comunicare a proposito di Dio, non appare diversa da quella comunicata dalla conoscenza dell'AT (carattere di Dio, sovranità e divinità).
Ciò che Dio mostra di sè si "mostra chiaramente sin, dalla creazione del mondo", sembra questo un ulteriore riferimento all'A.T. che comincia proprio con la "Genesi".
I Giudei pur avendo avuto conoscenza di Dio "non l'hanno glorificato come Dio"(v.21), ciò li ha condotti all'idolatria (pensiamo al vitello d'oro, al serpente di rame di Mosè, al peccato di Salomone, ai culti ad Aser e a Baal) e poi ad ogni genere di peccato ivi compresa l'omosessualità, la quale non è assolutamente pensabile come "il peccato dei greci".

v.31 Tra i vari peccati di tale categoria di persone anche l'essere "senza fede nei patti"(asunthetous), caratteristica propria dei giudei secondo la narrazione veterotestamentaria.

v.32 Paolo si confronta con una categoria di persone che hanno "conoscenza del giudizio di Dio", escludiamo che il non-credente possa possedere una qualche conoscenza di Dio come Sommo Giudice, diversamente da un Giudeo.

Capitolo 2

Il Giudeo non può vantarsi nei confronti dei pagani, essendo il suo comportamento in tutto simile a quello di questi (v.1) .

v.9 E' ripreso l'argomento principale dell'epistola: punizione per il giudeo prima e poi per il Gentile, salvezza per il Giudeo prima e poi per il Gentile. In tale prospettiva per il Giudeo il termine di giudizio è l'ottemperanza della Legge.

v.14-15 "Quando i Gentili che non hanno Legge adempiono per natura le cose della Legge essi, che non hanno Legge, son Legge a se stessi; essi mostrano che quel che la Legge comanda è scritto nei loro cuori per la testimonianza che rende loro la coscienza e perche i loro pensieri si scusano od anche si accusano a vicenda".
In qualche traduzione invece di Gentili (v.14) troviamo il termine "Pagani', intendendo così il brano come una testimonianza del fatto che quanti non conoscono Dio sono superiori ai Giudei in quanto pur non possedendo una Legge scritta come costoro, ne hanno una interiore (naturale) che a volte, a propria gloria, rispettano.
Al contrario, il riferimento a "quel che la Legge comanda scritto nei loro cuori" sembrerebbe essere una citazione da Geremia 31:33-34, e mostrerebbe come tale categoria di Gentili siano in possesso dello Spirito Santo.
I Gentili in questione sarebbero i pagani conquistati all'Evangelo, e che hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo. "Adempiere per natura" le cose della legge non ha dunque il senso di "l'uomo senza Dio (naturale) riesce a mettere in pratica precetti della Legge", quanto pittosto: "il credente adempie la Legge, in modo a lui naturale" o anche "solo un credente può adempiere la Legge"(v.I4), o "osservare la Legge"(v.I3), o anche "avere una coscienza che testimonia della Legge" (v. 15b) .
La conclusione dell'argomentazione è illuminante, il giorno del giudizio renderà in modo definitivamente chiaro quanti sono di Dio, tale giudizio sarà effettuato sulla base "dell'
Evangelo"(v. 16). Solo quanti hanno la Legge di Dio scrritta nel proprio cuore, potranno superare indenni il Giorno del Giudizio.
Il termine "natura" (Rom.I:27 "phusikeèn", v. 26 "para phuéin", 2:14 "phusei", v.27 "ek phuseoos"), sembrerebbe in generale avere il significato di "in maniera conforme al proprio carattere". Infatti le femmine e i maschi che abbandonano l'uso naturale per quello contro natura (Rom. 1:26-27) vengono meno al proprio carattere creazionale, che è quello di essere "eterosessuali". I Gentili che non hanno legge (intendiamo costoro essere dei credenti), esprimono con le proprie azioni ciò che è specifico del proprio carattere cristiano (Rom.2:I4).

Capitolo 3°

v.20 Paolo afferma I'insufficienza per la salvezza (giustificazione) delle "opere della legge" (ergoon nòmou); tramite la legge è data solo la conoscenza del peccato.
Le "opere della legge" sono gli atti che la legge mosaica produce nel momento in cui essa è assunta come norma morale. Paolo non esclude la possibilità di "mettere in pratica" la legge mosaica (Pilippesi 3:5b; Mt. 1:19), solo afferma che la "giustizia di Dio" è comunicata "indipendentemente" dalla legge (v. 21).
Il peccato fondamentale dei Giudei sembrerebbe essere il "vanto" (kauxeesin) che è da loro riposto nel fatto di possedere la legge (v. 27), tale "vanto" impedisce loro di comprendere quale sia la vera condizione per ricevere la salvezza.
Diamo di seguito alcune delle ulteriori interpretazioni al brano:

1) Paolo è convinto che la legge non possa giustificare, in quanto essa di fatto non è mai rispettata. Sono i peccati in quanto inottemperanze della legge che di fatto escludono una "giustificazione per opere". Tale situazione ha reso necessaria l'iniziativa di Dio in Cristo.
Ne consegue che nessuno è in grado di rispettare tutti i comandamenti (a causa del loro numero elevato e della difficoltà di metterli in pratica a causa della natura depravata dell'uomo) altrimenti la legge giustificherebbe realmente.
E' dunque la trasgressione della legge che causa la perdizione dell'uomo, la legge può solo dare una "conoscenza del peccato", acuendo la coscienza del peccato, ma non dona "redenzione". Questa interpretazione è chiamata "quantitativa".

2) Secondo altri Paolo starebbe affermando che la legge non potrebbe giustificare neppure se fosse integralmente rispettata. Verrebbe in tal modo condannato ogni "sforzo" umano in quanto espressione di un desiderio di salvarsi prescindendo dall'aiuto offerto da Dio. Le "opere della legge" sono il risultato dello sforzo dell'uomo peccatore e per tale motivo sono insufficienti per la giustificazione. Tale posizione giunge al paradosso di affermare che la fedeltà alla legge è il peccato per eccellenza; tale sforzo di adempiere la legge è addirittura più peccaminoso della trasgressione ai singoli precetti della legge. Tale interpretazione è detta "qualitativa".

3) Paolo non sarebbe contro la legge in quanto tale (vedi Rom. 3:31 "stabiliamo la legge"), ma contro la legge in quanto prova e garanzia della elezione di Israele.
Le "opere della legge" sarebbero una espressione tecnica per designare non le "buone opere" in generale, quanto piuttosto quei precetti come l'osservanza del sabato, della circoncisione, delle prescrizioni alimentari, che venivano considerati come segni di appartenenza al popolo eletto. Tali precetti limiterebbero la salvezza di Dio ai soli membri della nazione ebraica.

4) Secondo altri interpreti, Paolo starebbe contestando la concezione ebraica della legge intesa come passaggio obbligato per venire in possesso della salvezza.
In realtà, la legge non è Cristo, per tale motivo non salva (giustifica), anche se risulta necessaria per la santificazione. La salvezza è sempre stata un dono di Dio "indipendente" dalla legge (Rom. 4 a proposito di Abramo), la legge mosaica è stata poi "aggiunta a motivo delle trasgressioni"(Galati 3:19).

Capitolo 5°

v.12 Per il tramite di Adamo (per mezzo di un solo uomo), la morte si è estesa a "tutti gli uomini"(pàntas antròopous) poiché"in Adamo" risulta che "tutti hanno peccato" (pàntes èemarton). In questo "brano si sta facendo riferimento alla condizione di peccato e morte di tutti gli uomini indistintamente.

v.15 E' qui introdotta una restrizione rispetto ai "tutti" del v.12, si parla ora dei "molti". A causa del peccato di Adamo "i molti sono morti" (oi polloi apèthanon) e tramite il dono di Cristo tali "molti" ricevono salvezza "il dono fattoci dall'unico uomo Gesù Cristo, hanno abbondato verso i molti (pollous)".

v.17 "I molti", sono "coloro che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia".

v.18 Tale brano sembra prestare il fianco ad un'interpretazione della salvezza di tipo universalistico "tutti condannati in Adamo e tutti salvati in Cristo" o meglio "tutta l'umanità è destinata alla fine ad essere salvata". Riteniamo che la difficoltà di una tale soluzione sia superabile nel momento in cui si comprende il senso del termine "estendere" (greco: eis). L'espressione "condanna estesa a tutti gli uomini" che ricorre due volte nel v.18 ha indubbiamente il senso di "estesa ad ogni (pantas) uomo" ("pantas" senza articolo quando precede il nome ha il senso di "ogni"). Anche la salvezza si è estesa ad ogni uomo, non nel senso che tutti gli uomini sono salvati, quanto piuttosto che l'annuncio dell'evangelo non ha restrizioni etniche.

v.19 Si torna a far riferimento ai "molti" che a causa di Adamo sono diventati peccatori, ma che ora grazie a Cristo vengono fatti diventare giusti.
I vv. 18 e 19 sono un riepilogo di quanto affermato precedentemente nei vv.12-17.
A proposito dell'espressione "i molti" usata per designare i credenti essa è molto probabilmente un ebraismo di cui abbiamo un esempio notevole in Isaia 53:11-12.
Non va comunque esclusa l'ipotesi che "tutti" possa significare
"ogni categoria di uomini" come in 1Tim.2:1,3.
Abbiamo visto come il verbo "estendere" del v.l8 (versione Luzzi) esprima il tentativo di tradurre il concetto contenuto nella preposizione "eis" (verso, a, per, in direzione, in vista). Per fugare ogni equivoco in merito ad una salvezza efficace a livello universale, sarebbe opportuno tradurre "eis" con "trasmettere": "come la condanna si è trasmessa a tutti gli uomini, così la giustificazione che da la vita è trasmessa a tutti gli uomini" .
In tal modo si giocherebbe sul doppio senso di"trasmettere"(infettare e proclamare) : Adamo ha "trasmesso" il suo peccato, cioè lo ha lasciato in eredità ai propri discendenti, nel contempo la giustificazione che da vita è stata trasmessa agli uomini, cioè essa è "predicata", "annunciata" senza riserve di razza

Capitolo 6°

v.3 Il "battesimo in Cristo Gesù" (ebaptistheemen eis Xriston Ieesoun), è equiparato ad un "battesimo nella sua (di Cristo) morte" (eis ton thanaton autou ebaptistheemen). Riteniamo che ragioni testuali, richiedano di interpretare tali espressioni come riferite alla realtà della nuova nascita del credente. Il sostantivo "battesimo" (baptisma) a differenza del verbo "battezzare", è un termine esclusivamente neo-testamentario , esso ricorre nei seguenti brani: Mt. 3:7; 21:25 ; Marco 1:4; 11:30; Lc. 3:3; 7:29; 20:4; At. 13:24; 19:4 nei quali si fa riferimento al battesimo di Giovanni; Marco 10:38-39; Lc. 12:50 , nei quali si allude alla passione e morte del Cristo.
Inoltre "baptisma" appare anche in Ef. 4:5 e 1Pt. 3:21, solo quest'ultimo brano possiede un significato chiaro, alludendo all'atteggiamento di dipendenza da Dio che il credente è chiamato ad esprimere. Ef. 4:5 fa riferimento ad "un solo battesimo" che certamente doveva esprimere il pensiero dell'apostolo Paolo a proposito dell'esigenza di non scindere il battesimo nello Spirito dalla sua necessaria espressione pubblica: il battesimo in acqua.
E' certamente evidente il motivo per cui si è ritenuto erroneamente che il battesimo di Rom 6:3 fosse da intendersi come "battesimo in acqua", infatti nel brano si fa riferimento ad un "essere seppelliti nella morte di Cristo" tale seppellimento è assimilato alla discesa del credente nelle acque battesimali e all'essere ricoperto da esse (una sorta di sepoltura simbolica nella quale l'acqua funge simbolicamente da terra !), mentre la "risurrezione simile alla Sua (di Cristo)" corrisponderebbe ad un "risorgere con Cristo" inteso come la riemersione dalle acque battesimali (al risalire cioè da una sepoltura simbolica, rappresentata per lo più nella mente di molti credenti, dalla vasca battesimale).
Che tale identificazione sia arbitraria è testimoniato da espressioni che assimilano il "baptisma" in questione a: "essere crocifissi con Lui affinchè il corpo di peccato fosse annullato" (v.6), "affrancati dal peccato" (v.7), "morti al peccato ma viventi a Dio" (v. 11), tutte espressioni che fanno ritenere che il battesimo al quale Paolo sta pensando debba essere inteso come coincidente con l'esperienza della nuova nascita, cioè al "battesimo nello spirito Santo".
Il termine "baptisma" può indicare a seconda del contesto: il battesimo di Giovanni, la passione del Cristo (il battesimo di sofferenza), il battesimo dello/nello Spirito (rappresentante l'esperienza iniziale e fondamentale tramite la quale l'uomo che pone fede in Cristo è accorpato a Lui ed ai benefici derivanti dalla Sua morte e risurrezione), ma mai il battesimo in acqua.
Neppure l'espressione "battesimo nel nome di Gesù", ha sempre un significato univoco e dunque non sempre designa il battesimo in acqua. In Atti 2:38 essere "battezzati nel nome di Gesù" è postò in relazione alla "remissione dei peccati", per cui è molto probabile che il battesimo al quale si allude al v.41 sia quello dello Spirito.

L'espressione "nel nome di Gesù", sovente è trasformata in una formula liturgica, il suo significato conformemente all'uso linguistico ebraico è "sul fondamento dell'opera di Gesù"; in Matteo 28:19 "battezzare nel nome del Padre del Piglio e dello Spirito Santo" allude al battesimo in acqua, in quanto i suoi esecutori sarebbero stati gli apostoli.

v.6 "Il vostro vecchio uomo è stato crocifisso con Lui, affichè il corpo del peccato fosse annullato" non deve trarci in inganno, facendoci pensare ad un'esortazione al perfezionismo morale, cioè al fatto che una volta diventati figli di Dio, la natura peccaminosa venga definitivamente debellata. Il senso del termine "annullato" (katargeethe) è quello di "rendere inefficace", "indebolire", significando con ciò che il ricevere lo Spirito Santo pone il credente nella posizione di non essere più vittima della costrittività del peccato.

vv.8-9 In questo brano vengono usate due espressioni che esprimono con termini differenti lo stesso significato sotteso al termine katargeethe del v.6: "affrancato dal peccato", "la morte non lo signoreggerà più".

Capitolo 7°

II brano di Rom.7-25 si presta a sette sostanziali opzioni esegetiche:

1) Paolo sta trattando dell'esperienza dei cristiani in generale, inclusi i migliori e più maturi. Questa esperienza documenta il conflitto esistente tra carne e spirito caratterizzante il cammino di ogni credente su questa terra; secondo tale interpretazione il v.9 tratterebbe dello stato del credente prima della conversione (verbo al passato) e immediatamente dopo questa (verbi al passalo sino al v. 13), per poi concentrai si sul conflitto inferiore del credente nel momento in cui la Legge di Dio pone in questione il suo peccato (verbi al presente w 14-23), tale conflitto è destinato a risolversi definitivamente solo quando Cristo completerà, con la trasformazione dei corpi mortali, la salvezza già avviata (verbo al futuro v.24).

2)Paolo non starebbe facendo riferimento all'esperienza dei credenti in generale, ma soltanto alla sua in particolare. Ovviamente tale interpretazione si distingue dalla precedente solo a livello stilistico.

3)11 brano ci documenta sempre delle vicende dell'apostolo precedenti la conversione (il riferimento è dunque al passato), però come vengono da lui intese alla luce della sua presente fede cristiana. Questa opzione esegetica si distingue dalla prima solo per il diverso rilievo dato al v 9 che è ritenuto essere un particolare biografico dell'apostolo Paolo, costui visse senza obblighi nei confronti della Legge mosaica fino all'età di circa 13 anni momento in cui ogni ragazzo ebreo si confi untava con la cerimonia del Bar-Mitwa, durante la quale si veniva introdotti all'osservanza della Legge.

4) Il brano in questione ha a che fare con l'esperienza di Paolo prima della sua conversione, ed è analizzato con la mentalità dell'apostolo precedente alla conversione. Riteniamo che questa interpretazioni concili le precedenti, e debba essere in generale preferita. 11 brano di Rom 7:7-25 deve intendersi come uno sviluppo di Rom.7:5 (cosi come Rom.8 risulta essere uno sviluppo di Rom.7:6) dal punto di vista di un giudeo osservante, cosi come era Paolo prima di inconliaie il Signore, il brano non intende essere una testimonianza della lotta tra carne e spirito interna alla coscienza del credente, quanto piuttosto un insegnamento sull'inefficacia della Legge mosaica per quanto concernee la salvezza. 11 soggetto del brano non è dunque tanto il credente quanto piuttosto la Legge. 11 v.8 afferma "senza la Legge il peccato è morto " ( che è una ripresa di quanto affermato in Rom. 5:13 "i/peccato non è imputato quando non vi è Legge " ), e il v.9 dove aggiunge "E ci fu un tempo, nel anale, senza Legge vivevo, ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita ed io morii " , certamente si ha qui ache fare con un particolare auto-biografico (probabilmente proprio al Bar-mitwa. anche se tale conclusione non è strettamente necessaria all'argomentazione). Il v. 12 "Talché la Legge è santa e il comandamento è santo, è giusto e buono" , che secondo l'interpretazione 1) era ritenuta essere la confessione di un cristiano, potrebbe allo stesso titolo essere intesa come la confessione di un giudeo pio (come era il fervente fariseo Saulo). Il v. 14 " Noi sappiamo infatti che la Legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato ", segna il passaggio dai verbi al passato ai verbi al presente, tale cambiamento non è molto significativo (vedi il passaggio del verbo dal passato al futuro in Rom.6.5 e dal passato al presente in Rom.6:6, per indicare momenti concomitanti delia giustificazione).

Il v. 14 " Noi sappiamo infatti che la Legge è spirituale: ma io sono carnale venduto schiavo al peccato " non può essere riferito al credente in Cristo dopo le affermazioni di Rom.6:7,18 secondo cui il credente non è schiavo del peccato. Rom.7:15-23 debbono essere intesi come testimonianza della potenza del peccato nella vita di una persona che pur avendo conoscenza della Legge mosaica pure non riesce a pareggiare i conti con essa.. 11 v.24 " Misero me chi mi trarrà fuori da questo corpo di peccato " testimonia ulteriormente della lontananza di quest'uomo da Dio, solo in Cristo il "corpo di morte è annullato" (Rom.6:6) 11 v 25b appare dunque essere un riepilogo di tutto il brano di Rom.7:7-25 (cosi come Rom.7:7-25 era stato uno sviluppo di Rom.7:5).

Concludiamo dicendo che il brano in questione, alla luce delle finalità complessive dell'epistola ai Romani, esige una interpretazione in chiave didattico-evangelistica, piuttosto che antropologico- esistenziale, interpretazione quest'iltima a cui soggiacciono le esegesi precedentemente proposte.

5) Si tratta dell'esperienza di un ebreo non-cristiano, cosi come viene intesa da occhi cristiani. Tale interpretazione non tiene conto del dato auto-biografico dei v.9.

6) Si tratta dell'esperienza di un ebreo non-cristiano, cosi come viene intesa dallo stesso.

7) Si tratta dell'esperienza di un cristiano che sta vivendo ad un livello molto basso di vita cristiana, in cui molta parte dell'osservanza della volontà di Dio è trascurata Tale credente tenta di resistere alla propria concupiscenza facendo affidamento esclusivamente alle proprie forze. Vedi 4) per la confutazionedi tale esegesi.

Capitolo 8°

II cap.8 dell'epistola ai Romani costituisce lo sviluppo di quanto affermato in Rom.7:6.

v.2 "la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte", è qui ripreso il tema dell'affrancamento dal peccato, già presentato in Rom.6:l8 (eleutheroothéntee) e 6:22 (èleutheroothéntes) (vedi anche Rom.7:2-3 dove l'espressione "sciolta dalla legge" del v.2 è messa in connessione con la espressione "libera di fronte a quella legge" v.3, e dove "libera" traduce il greco "èleuthéra").
Ora la "legge del peccato" ("corpo del peccato" Rom.6:6) e la "legge della morte"("corpo di morte" Rom.7:24), vengono esplicitamente identificate. La legge del peccato e della morte non domina più il credente
, infatti "annullato"(katargeethee Rom. 6:6), "affrancato"(dedikaiootai v.7) e "affrancato"(eleutheroothéntes vv.18-22), sono termini sinonimi.

v.3 "Poichè quel che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva debole, Iddio l'ha fatto..."(vedi anche Rom.8:7 dove è affermato che la carne del credente è sottomessa allo spirito).

v.7 "ciò a cui la carne ha l'animo è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio, e neppure può esserlo", tale affermazione è in diretta opposizione a quella di Rom.7:l8-23, dove è presentata una situazione di netta insubordinazione alla legge di Dio (vedi anche Rom.8:I4).

v.29-30 "Perché quelli che Egli ha preconosciuti (proégnoo), li ha predestinati (proòorisen) ad essere conformi (summòrphous) all'immagine del suo Figliolo, ond'egli sia il primogenito tra molti fratelli, e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati (èkalàlesen); e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati (èdikaìoosen); e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati (èdòxasen)".
La"preconoscenza" ha a che fare con l'affezione riposta da Dio nei suoi eletti "secondo il Suo proponimento"(v.28). La "predestinazione" è l'azione di Dio tramite la quale il credente viene reso conforme al carattere di Cristo; i preconosciuti-predestinati sono stati "chiamati a salvezza", "giustificati" e "glorificati". Con quest'ultima espressione bisogna intendere lo stesso processo di "santificazione"(vv. 17,30 in quest'ultimo verso "glorificati" è al passato poiché nel credente l'essere stato fatto santo è il fondamento dell'ulteriore santificazione).
Lo schema generale dei capp.7-8 è il seguente:

1) il peccato è amplificato dalla conoscenza della Legge;

2) il non credente è insubordinato alla Legge;

3) il credente è liberato da Cristo dalla schiavitù del peccato;

4) il credente è glorificato;

5) il credente attende la redenzione finale.

Capitolo 9°

Paolo ha usato nei primi otto capitoli dell'epistola ai Romani per "ben nove volte il termine "giudeo "(Ioudaios) e mai il termine "Israele"(Israéel) che invece comparirà ben undici volte nei capitoli 9-11.
Tale cambiamento di terminologia non è casuale ma introduce una ricca serie di citazioni e allusioni all'Antico Testamento aventi a che fare con la storia di Israele e le sue attese profetiche.

vv.4-6 Il nome "Israele" è impiegato per esprimere concetti diversi: al v.4 gli "Israeliti" sono coloro a cui appartengono l'adozione (Os. 11:1; Am.3:1-2), la gloria (Es.16:15-18; 40:3-38) e i patti (Gen.12:1-3; 15:7-18; 35:10-11; Es.24:1-8; 2Sam.7:12-16);

v.6 "tutti i discendenti di Israele" è posta in relazione alla "progenie di Àbramo" (v.7) mentre'"Israele"(v.6) è posto in relazione con i "figliuoli di Abramo"(v.7). Esiste nel frasario paolino un uso più largo e uno più ristretto del termine "Israele". E' riconosciuto all'intemo dell'Israele etnico un Israele più autentico, realmente fedele a Dio. (Ricordiamo che II termine "Israele" nei Vangeli indica sempre l'Israele etnico, ritenuto essere il popolo appartenente in modo speciale a Dio (Mt.I9:28; Lc. 1:68; 2:25,32 ;Gv. 1:47,49; 12:13). Negli Atti "Israele" è il popolo ebraico colpevole di aver ostacolato l'opera del Cristo, inoltre è fatta una distinzione tra i Giudei che credono in Cristo e quelli che lo rifiutano (At. 4:8-27; 5:21), va comunque notato che negli Atti, i Giudei credenti non vengono mai identificati con "il vero Israele". Nell'epistola agli Ebrei il termine "Israele", in due casi, indica le tribù del nord dopo lo scisma (Ebr.8:8,10 dove è citato Ger. 31:31-34) nel terzo indica l'intero "Israele" etnico (Ebr. 11:22). In Apocalisse abbiamo un riferimento storico ad "Israele" (Ap.2:I4), un secondo che è una visione profetica sulle dodici tribù di Israele (7:4-8), il terzo sembra indicare un perdurare per la eternità dell'identità di Israele (21:12). In Ef. 2:I2, "Israele" indica i giudei diventati credenti, in 2Cor. 3:7,I3 abbiamo due riferimenti ad "Israele" come formato da coloro che vivevano sotto la dispensazione mosaica, in 1Cor. 10:I8 "Israele secondo la carne" sulla base del contesto sembrerebbe indicare non l'Israele etnico quanto piuttosto il culto connesso al patto mosaico. Gal. 6:16 "Israele di Dio"è connesso con un "e"(kai) a quanto precede la qual cosa escluderebbe l'identificazione tra chiesa e Israele. In Fil. 3:5 "Israele" designa l'etnia)".

Una comparazione tra i vv.7 e 8 del cap.9° dell'epistola ai Romani ha permesso di stabilire una differenza tra la "progenie" di Abramo e i suoi "figlioli", solo questi ultimi sono "progenie" in senso pieno (v.8).
Secondo Paolo ciò ha strettamente a che fare con la dottrina dell'elezione; Dio è un Dio che elegge, che cioè compie delle scelte (un Dio non libero di esercitare sovranamente la propria libertà non sarebbe per tale motivo Dio).

vv. 10-17 Paolo presenta un sommario della storia di Israele, dai patriarchi all'Esodo, Dio vi appare come il supremo coordinatore degli eventi. A questo punto appare leggittima una obiezione (v.I9): se Dio dispone gli eventi in maniera sovrana, per quale motivo si indigna se poi l'uomo si comporta male proprio come Lui ha disposto che accada? La risposta a tale obiezione è da una parte trovata nella potestà che Dio possiede di far quello che gli aggrada, dall'altra nella necessità di mostrare la Propria potenza misericordia ed ira (vv. 22-23) .
La misericordia di Dio si esprime come elezione nel momento in cui vengono chiamati a salvezza i Gentili (vv. 25-26), e inoltre salvato d'infra Israele etnico un "rimanente" (v.27, tale rimanente è detto anche "seme" al v. 29).
Tale modo di operare di Dio è costantemente confermato dall'AT, infatti notiamo il carattere di Dio manifestato nella misura in cui Egli compie delle scelte orientale sempre alla salvezza (fisica o spirituale) di un "rimanente"; le profezie tratte dal libro di Isaia (vv. 27-29) non vanno intese come anticipazione profetica dell'intenzione divina di salvare "spiritualmente" un "rimanente" di Israeliti, quanto piuttosto mostrano come nei fatti del passato della storia di Israele (segnatamente l'assedio assiro), Dio si è sempre mosso conservando un "residuo".
Va altresì notato a proposito della distinzione tra "progenie di Abramo" e "figli di Abramo" (v.7), che in Rom.4:I7 Abramo è definito "padre di noi tutti"(cioè di tutti i credenti, Gentili compresi), ciò tuttavia non deve condurre ad una identificazione tra chiesa ed Israele "spirituale", in quanto il brano di Romani 4 è all'interno di un'argomentazione mirante a stabilire delle "analogie" tra la fede e l'eredità di Abramo (giustificazione) e la nostra fede ed eredità.

Capitolo 10°

v.4 "Il termine della legge è Cristo" (télos gàr nòmou Xristòs); "termine" (télos) può essere variamente tradotto: "traguardo" o "sostanza" della legge mosaica oppure "superamento"; proponiamo la traduzione "Cristo è il cardine della legge", risulta con ciò chiaro il senso dell'argomentazione paolina, non è possibile essere convinti di poter essere giustificati per mezzo della pratica della legge a prescindere dalla fede in Cristo, poiché la legge ruota attorno alla persona del Cristo.
Senza allontanarci troppo dal senso proprio di "telos", possiamo affermare che Cristo è tanto lo "scopo" della legge così come affermato dai profeti, quanto il "termine" cioè la fine di una teologia deteriore (quella farisaica) tesa a lucrare la salvezza per il tramite dell'ottemperanza di precetti dalla legge mosaica (segni di identificazione della salvezza, vedi Rom. 3:20).

v.5 "Infatti Mosé descrive così la giustizia che vien dalla legge:L'uomo che farà quelle cose, vivrà per esse". Il brano veterotestamentario citato, è tratto da Lev. 18:5 che nel contesto originario sembra significare proprio il contrario di quanto afferma Paolo. E' probabile che qui si esponga il punto di vista del partito farisaico, che nel brano di Levitico trovava un appiglio alla propria concezione legalistica della salvezza. Paolo replica ad una lettura errata della legge mosaica utilizzando gli argomenti retorici dei suoi avversari.

v.17 "Così la fede vien dall'udire e l'udire si ha per mezzo della Parola di Dio". Per "fede" è qui possibile intendere tanto "deposito dottrinale" quanto "atteggiamento di sottomissione a Dio", si da credito a Dio nella misura in cui si comprende la Sua volontà che coincide con l'insieme delle verità rivelate.

Capitolo 11°

Con questa sezione si conclude l'argomentazione di Paolo concernente il disegno di Dio per la nazione di Israele.

v.1 Dio non ha rigettato gli Israeliti nella loro totalità, ne è una riprova la sua stessa persona: "io sono Israelita, della progenie di Àbramo, della tribù di Beniamino".

vv.2-5 E' riproposta l'argomentazione del "residuo eletto" (Rom. 9:27), Dio pur trattando con tutto Israele (etnico) tramite i propri emissari (profeti, veggenti, giudici ect.), ha però sempre di mira la salvezza di un "residuo"(v.7).
Non è però senza conseguenze il fatto che Israele (etnico) abbia rifiutato una volta di più la salvezza offertagli da Dio, questo accadimento ha determinato un'estensione dei benefici della grazia, ai Gentili.
La differenza tra Antico e Muovo Testamento sta allora in questo, mentre per il passato la "maggioranza" dei salvati erano "Israeliti", con la venuta di Cristo, i gentili prendono il sopravvento (vedi v.12 per il concetto di "diminuzione").
Paolo distingue la salvezza attuale dei Gentili e la susseguente "diminuìzione" degli ebrei, dalla futura salvezza di "tutti" gli ebrei (v.1 to pleroma", v.26 "pas", v.32 "pantas").
E' probabile che la conversione di Israele nella sua totalità sia l'oggetto del brano di Ap.7:4-8 (tale brano andrebbe dunque inteso come una sorta di criptogramma: i 144.000 rappresenterebbero la totalità degli ebrei).

Capitolo 12°

v.1 "Io vi esotto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio; il che è il vostro culto spirituale (teen logikeen latreian)".
In questo brano è evocato la pratica veterotestamentaria dell'olocausto (probabilmente). Esso era offerto a Dio al fine di rendersi accettevoli.
Paolo sembra contrapporre le offerte di animali dall'AT all'offerta "simbolica" del proprio corpo (della propria persona), per fare ciò usa l'espressione "culto spirituale"(alla lettera "culto razionale").

v.2 il brano esorta il credente ad un'attività di "trasformazio-ne"(metamorfosi)della mente (noos) avente per fine una sempre migliore comprensione (dokimazo) della volontà di Dio. La versione Riveduta traduce "dokimazein" con "conosciate per esperienza"; tale resa del verbo potrebbe indurre a pensare che sia possibile conoscere la volontà di Dio in modo alternativo rispetto alla sola mediazione della Parola di Dio, proponiamo pertanto una traduzione meno ecquivocabile: "affinchè possiate saggiare la volontà di Dio".

vv. 3,6 "secondo la misura (métron) della fede", "secondo la proporzione (analogian) della fede", questi due brani indicano una differenza nell'espressione dei doni.

v.8 "chi presiede (proistamenes) lo faccia con diligenza". "Presiedere" traduce il verbo greco "proisteemi", che è il medesimo termine utilizzato in 1Tim. 3:4-5,I2; 5:I7 dove è tradotto con "governare". Ciò che maggiormente colpisce è che questo brano è posto nel contesto dei vv.4-5 dove la lezione che si ricava ha a che fare con l'assoluta parità di tutti i talenti (membra) del corpo di Cristo.
Viene da chiedersi
se colui che "governa" debba essere inteso come sinonimo della persona dell'anziano/vescovo, oppure più in generale bisogna pensare qui al genitore o al marito (il riferimento al corpo di Cristo sembrerebbe però precludere tale possibilità).

vv.6-8 In questa lista sono elencati: il dono di profezia, di diaconato (tradotto ministero), di insegnamento, di esortazione, e se intendiamo il contenuto del v.8b come indicante ancora doni e non le attitudini che debbono accompagnare i doni, abbiamo ancora: dono di assistenza ("chi dà"), di governo ("chi presiede"), di opere pietose; tale lista coincide in parte con quelle di 1Cor.12:8-11,28-30; Ef. 4:11; 1Pt. 4:10-11.

Capitolo 13°

vv.1-7 Si affronta la questione del rapporto che i credenti debbono avere con le autorità statali. Dopo aver affermato al v.3 che le "autorità", sono "stabilite"(greco tetagménai) "disposte"da Dio, Paolo prosegue dicendo che per tale motivo non bisogna opporvisi, coloro che lo fanno si attirano una pena ,non è qui chiaro se da parte di Dio oppure da parte della stessa autorità statale (v.2).

v.2 "chi si oppone all'autorità si oppone all'ordine di Dio", tale brano testimonia a favore della tesi della assoluta sovranità di Dio sulla propria creazione, quest'ultima infatti sottostà ad un "ordine" che in quanto stabilito da Dio è spirituale. Di tale ordine fanno parte anche le autorità statali.
Tutto ciò che è connesso all'esercizio delle autorità statali (politica, esercizio della giustizia, pubblica amministrazione, polizia) è leggittimo se è compiuto non "per spavento alle opere buone, ma alle cattive"(v.3). La dottrina biblica non avalla l'ingiustizia quand'anche essa fosse perpetrata da autorità stabilite da Dio.

Capitolo 14°

v.1 E' probabile che "il debole nella fede" qualifichi il credente proveniente dal giudaismo.
I problemi di convivenza tra credenti-giudei e credenti-gentili avevano a che fare con questioni a proposito di cibi leciti o meno (v.3) e di giorni da "santificare" (v.5). Paolo invita alla tolleranza coloro che non posseggono riserve nei confronti di cosa alcuna, tale tolleranza deve dunque mirare a preservare la spiritualità del debole.
Non è affermato però che il debole sia votato a debolezza per sempre, una sempre maggiore conoscenza della volontà di Dio è la strada giusta per emanciparsi da qualsiasi debolezza.
Ciò che è condannato è il giudicare (krìneis) e disprezzare (exoutheneis) il fratello; il termine "giudicare", che per sua natura ha un significato "neutrale", ha qui un significato peggiorativo. Paolo condanna dunque l'atteggiamento di quanti discutono le opinioni dei "deboli" con atteggiamento di disprezzo. In tale ottica vanno letti brani come "la con-vinzione (fede) che hai, serbala per te stesso dinanzi a Dio"(v.)".
A proposito della questione dei cibi leciti va detto che nel mondo antico non esistevano botteghe di macellai, l'acquisto della carne era ritenuta un'attività religiosa.L'unica carne in vendita era quella del "macellum" (mercato), luoghi annessi ai templi pagani dove veniva vendut
a la carne proveniente dai sacrifici agli idoli (sembra fosse possibile acquistare carne anche dalle varie comunità ebraiche, ma non tutti i possibili acquirenti erano disposti a conformarsi alle particolari regole alimentari ebraiche, nè d'altro canto gli ebrei erano sempre disposti a vendere carne ai pagani o ai cristiani).
Paolo concede ai credenti di poter mangiare tutto quello che si vende al mercato (1Cor. 10:5), infatti l'idolo non contamina la carne a lui sacrificata (1Cor. 8:4), ma tale possibilità può diventare un intoppo per i "deboli" se costoro mangiano tali carni pensando che l'essere stata sacrificata a dei pagani implica comunione con tali dei (1Cor. 8:7, i deboli in tale brano sono credenti provenienti dal paganesimo).
Tale difficoltà diventa maggiore se un credente "debole" vede un fratello addirittura pasteggiare in un tempio pagano (nei templi pagani si davano conviti durante i quali l'offerente pasteggiava insieme ai propri convitati). Pur essendo gli dèi inesistenti bisognava evitare tale pratica per due buoni motivi: 1) per non scandalizzare il deboli (1Cor. 8:10);
2) partecipare alle mense pagane significava tutto sommato partecipare al perverso sistema mondano e satanico che si celava dietro al sistema cultuale pagano (1Cor. 10:21).
"Paolo si spinge addirittura ad affermare che se invitati a casa di un non-credente insieme ad un fratello debole, quello afferma di aver preparato carni sacrificate agli idoli, il credente deve astenersene per riguardo alla coscienza del debole (1Cor. 10:9).

Capitolo 15°

E' questo un sommario di quanto affermato altrove nell'epistola a proposito del diritto dei Gentili di essere considerati credenti allo stesso titolo degli ebrei.

v.19 Paolo afferma di non aver cominciato la propria attività di predicatore ad Antiochia, come detto in Atti 11:25 (confronta anche Atti 9:19-31), quanto piuttosto a Gerusalemme; è probabile che Paolo con ciò intendesse una volta di più sottolineare la sua "dipendenza morale" dalla chiesa-madre di Gerusalemme onde ricordare ai credenti Gentili che "la salvezza viene dai Giudei" (Gv.4:22).

vv.25-27 La colletta destinata ai credenti di Gerusalemme è un'ulteriore occasione per chiarire il debito che i gentili-credenti hanno, anche dal punto di vista economico, nei confronti dei credenti-giudei.

v.3 L'idea espressa è che per fedeltà a Dio non bisogna compiacere se stessi (la citazione del Salmo 69:9 non intende essere una anticipazione delle sofferenze del Cristo).

v.4 "Perché tutto quello che fu scritto per 1'addietro, fu scritto per nostro ammaestramento, affinchè mediante la pazienza, e mediante la consolazione delle Scritture noi riteniamo la speranza". La presenza di tale brano insieme al v.8 convinse l'eretico Marcione ad espungere l'intero cap.15 dalla sua raccolta di testi sacri. Infatti troviamo qui una giustificazione all'uso di brani dell'AT.

Capitolo 16°

Si suppone che tale capitolo sia stato aggiunto da Paolo alla epistola destinata ai Romani, in seguito alla sua decisione di farne conoscere il contenuto anche alla comunità di Efeso. Per tale motivo i ventisei individui e le cinque famiglie o "case-comunità" a cui vengono rivolti i saluti si troverebbero nella città di Efeso.

v.3 Paolo saluta Prisca (Priscilla) ed Aquila, in Atti 18:26 e 1Cor.16:19 essi risiedevano ad Efeso, al v.5 è anche detto che la chiesa si riunisce in casa loro.

v.5b Epeneto è definito "la primizia dell'Asia per Cristo", tale convertito più che naturalmente doveva essere ricercato ad Efeso.

Si può però obiettare che se Paolo conosceva tanto bene la chiesa efesina come mai indirizza i propri saluti soltanto a ventisei individui? Anche nella epistola ai Colossesi, Paolo indirizza i propri saluti ad alcuni membri a lui noti, di questa comunità mai visitata.
Roma era la capitale dell'impero romano, non sorprende ritrovarvi persone conosciute da Paolo anni prima, si tenga anche conto del fatto che la morte dell'imperatore Claudio nell'ottobre del 54 d.C. significò per molti il ritorno nella città dalla quale erano stati espulsi cinque anni prima a causa di un Editto contro gli Ebrei. Gli stessi Priscilla ed Aquila erano stati obbligati a lasciare Roma per via di tale Editto (Atti 18:2), e potevano benissimo esservi ritornati.
Molti nomi dei vv.7-15 trovano migliore conferma archeologica più a Roma che ad Efeso, va detto
che ad essere attestati sono i "nomi" non le specifiche "persone" per le quali le evidenze tanto biliche quanto archeologiche sono molto scarse da permettere una identificazione.

v.18 L'azione dei falsi maestri trova facile successo presso i "semplici" (greco akakoon). La semplicità è una virtù di qualche pregio soltanto se viene esercitata per schivare ciò che è male, più in generale il credente è esortato ad emanciparsi dalla propria "semplicità", cioè ad essere "savio"(va altresì notato che al v.19 per il termine "semplice" è usato l'aggettivo "akeraios" come in Mt. 10:16b) .
La Scrittura non contiene una difesa della "semplicità" quando con questo termine si vuole individuare quell'attitudine di mancanza di approfondimento della volontà di Dio, tanto diffusa nel mondo evangelico.