Riflessioni alla Epistola ai Romani cap. 1° di Domenico Iannone Martin Lutero ha elogiato Romani: “È la parte principale del Nuovo Testamento, il vangelo perfetto ... l'epitome assoluta del vangelo". Filippo Melantone chiamò Romani, “Il compendio della dottrina cristiana”. Giovanni Calvino ebbe a dire di Romani: “Quando qualcuno capisce questa epistola, ha un passaggio aperto, per la comprensione di tutta la Scrittura”. Samuel Coleridge, poeta inglese e critico letterario, affermò ha detto che Romani è “L'opera più profonda che esista”. Frederick Godet, teologo svizzero del XIX secolo, definì Romani “La cattedrale della fede cristiana”. G. Campbell Morgan, evangelista e predicatore britannico, disse che Romani è “la pagina di letteratura più pessimista su cui i tuoi occhi si siano mai posati” e nello stesso tempo, “la poesia più ottimista che le tue orecchie abbiano mai ascoltato”. Romani 1:1 Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio, Altre lettere del Nuovo Testamento si concentrano maggiormente sulla chiesa e sulle sue sfide e problemi, Romani si concentra maggiormente su Dio. “Dio” è la parola più importante in questa epistola. Romani è un libro su Dio. La parola "Dio" ricorre 153 volte in Romani; una media di una volta ogni 46 parole - questo è più frequente di qualsiasi altro libro del Nuovo Testamento. In confronto, nota la frequenza di altre parole usate in Romani: legge (72), Cristo (65), peccato (48), Signore (43) e fede (40). Romani tratta molti temi diversi ma per quanto un libro possa essere, è un libro su Dio. 2 che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture 3 riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, 4 dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo, nostro Signore. Paolo afferma che il Cristo discende dalla dinastia davidica, esso è cioè “nato dal seme di Davide secondo la carne”, ed aggiunge che Egli è stato “dichiarato Figliuolo di Dio con poten­za secondo lo spirito di santità mediante la sua risurrezione dai morti”; il senso del verbo “dichiarare” (οριστηεντοj) è da intendersi come: di­chiarato agli occhi degli uomini Figliuolo di Dio, e non piuttosto come hanno sempre tentato di fare gli antitrinitari: dichiarato “simile” a Dio al mo­mento della risurrezione. Paolo individua dunque nella risurrezione, il momento determinante della manifestazione della divinità e po­tenza del Cristo al mondo. 5 per mezzo del quale abbiamo ricevuto grazia e apostolato perché si ottenga l'ubbidienza della fede fra tutti gli stranieri, per il suo nome 6 fra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo 7 a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo. 8 Prima di tutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la vostra fede è divulgata in tutto il mondo. 9 Dio, che servo nel mio spirito annunciando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che faccio continuamente menzione di voi 10 chiedendo sempre nelle mie preghiere che in qualche modo finalmente, per volontà di Dio, io riesca a venire da voi. Cristo è Colui che conferisce i ministeri (nel caso specifico l'apostolato), e la loro efficacia (“grazia”). Va particolarmente notato l'uso del termine “tutti” (“tutti i Genti­li”), esso non designa la totalità dei Gentili, quanto piuttosto ogni categoria di Gentili (1Tim. 2:3; Rom. 5:l8). 11 Infatti desidero vivamente vedervi per comunicarvi qualche dono, affinché siate fortificati; 12 o meglio, perché quando sarò tra di voi ci confortiamo a vicenda mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io. Desiderio di Paolo è quello di visitare la chiesa di Roma, allo scopo di “comunicare” (meταδω) ad essa “qualche dono spirituale” (χαρισmα πνευmατικον); tale modo di esprimersi ha fatto ritenere che Paolo pensasse ad una trasmissione di “doni spirituali”, per il tramite della preghiera e della imposizione delle mani, ma al v.12 è meglio spiegata la sua intenzione: tale comunicazione di doni è connessa al conforto che dona la comunione; la “fede comune”, è quella dell'insieme delle dottrine rivelate. 13 Non voglio che ignoriate, fratelli, che molte volte mi sono proposto di recarmi da voi (ma finora ne sono stato impedito) per avere qualche frutto anche tra di voi, come fra le altre nazioni. 14 Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti; 15 così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunciare il vangelo anche a voi che siete a Roma. 16 Infatti non mi vergogno del vangelo [di Cristo]; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco; Spurgeon si chiedeva se Paolo non utilizzasse le parole “Sono pronto” come un “motto personale”. Le prime parole che uscirono dalla sua bocca, quando fu salvato furono: “Signore, cosa vuoi che faccia?” (Atti 9: 6). · Paolo era pronto a predicare e servire (Romani 1:15). · Paolo era pronto a soffrire (Atti 21:13). · Paolo era pronto a fare un lavoro spiacevole (2 Corinzi 10: 6). · Paolo era pronto a morire (2 Timoteo 4: 6). “Un moravo stava per essere mandato da Zinzendorf a predicare in Groenlandia. Non ne aveva mai sentito parlare prima; ma il suo capo lo chiamò e disse: "Fratello, andrai in Groenlandia?" Lui rispose: "Sì, signore." "Quando andrai?" "Quando i miei stivali torneranno a casa dal calzolaio". Non voleva nient'altro che quel paio di stivali, ed era pronto per partire. Paolo, senza nemmeno aspettare che i suoi stivali tornassero a casa dal calzolaio, dice: "Sono pronto". Oh, è grandioso trovare un uomo così pronto da potere andare dove Dio vorrebbe che andasse.” (C. H. Spurgeon) 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto: «Il giusto per fede vivrà». Nell'Evangelo è rivelata la “giustizia di Dio”, ossia il potere che ha Dio di “rendere giusti”; non è dunque in questione la “equa­nimità” di Dio, la cosiddetta “giustizia retributiva” quella secon­do la quale Dio comminerebbe al malvagio la pena e all’innocente, benedizione. Tale giustizia di Dio è rivelata da “fe­de a fede” nel senso che essa è compresa interamente nella sfera della fede, non dipende perciò in alcun modo nè da opere né da volontà d'uomo, essa è imputata esclusivamente per grazia. 18 L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia; “L'ira di Dio si rivela contro gli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia”. L'interpretazione “classica” di questo brano, intende il senso del termine “verità” come sinonimo di “rivelazione generale”, cioè come la rivelazione che Dio fa di sé stesso a tutti gli uomini, attraverso l'opera della creazione. Tuttavia il v. 19 connette il termine “verità” tanto all’espressione “quel che si può conoscere di Dio” quanto a “manifestato”; tale terminologia ci rimanda all'AT, alle manifestazioni di Dio al popolo di Israele. Tali atti rivelatori , pur essendo “visibili” (pensiamo alla nuvola nel deserto, alla colonna di fuoco che illuminava l’accampamento di notte, ect.), non sortivano l’effetto di mutare il “cuore” malvagio degli israeliti. 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, Il carattere di Dio (“le perfezioni invisibili”), la Sua sovranità (“eterna potenza”) e divinità, sono da Paolo definite: “chiare” (v. 20). Ci chiediamo però come possa essere possibile tale chiarezza per il solo tramite della contemplazione dello spettacolo della natura? In realtà la cosiddetta “conoscenza naturale” di Dio può essere solo quella posseduta da quanti hanno conoscenza dell'AT; ai giudei Dio si “mostra chiaramente sin, dalla creazione del mondo”, un riferimento alla Genesi. I Giudei pur avendo avuto conoscenza di Dio “non l'hanno glorificato come Dio”(v. 21), ciò li ha condotti all'idolatria (pensiamo al vitello d'oro, al serpente di rame di Mosè, al peccato di Salomone, ai culti ad Aser e di Baal) e poi ad ogni genere di peccato ivi compresa l'omosessualità, la quale non è assolutamente pensabile come “il peccato dei greci”. 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato. 22 Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, 23 e hanno mutato la gloria dedel Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Il brano vuole attirare l'attenzione sulla situazione dei Giudei, che pur possedendo le Sacre Scritture, non le osservano. La creazione pur non possedendo la specificità e la capacità di salvare possedute dalla “rivelazione speciale” del Cristo, accomunerebbe tanto i Gentili quanto i Giudei nella riprovazione che Dio ha per quanti vivono lontani da Lui. Riteniamo che pur alludendo le Scrit­ture ad una distinzione quella tra “rivela­zione generale” e “rivelazione speciale” (vedi Salmo 19:1), il brano di Rom. 1:l8-32 non la contiene. Il brano in questione sembra voler attirare l'attenzione dei credenti provenienti dal paganesimo, sul fatto che i Giudei rispetto ai Gentili non possono vantare nessuna su­periorità, in quanto il possesso della Legge (A.T.) non è seguito da un comportamento adeguato, anzi il comportamento dei Giudei appare in tutto simile (nelle conseguenze) a quello dei pagani. 24 Per questo Dio li ha abbandonati all'impurità, secondo i desideri dei loro cuori, in modo da disonorare fra di loro i loro corpi; 25 essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. 26 Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l'uso naturale in quello che è contro natura; 27 similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento. 28 Siccome non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati in balìa della loro mente perversa sì che facessero ciò che è sconveniente; 29 ricolmi di ogni ingiustizia, [fornicazione,] malvagità, cupidigia, malizia; pieni di invidia, di omicidio, di contesa, di frode, di malignità; 30 calunniatori, maldicenti, abominevoli a Dio, insolenti, superbi, vanagloriosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, 31 insensati, sleali, senza affetti naturali, [implacabili,] spietati. 32 Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette. Anche l'essere “senza fede nei patti” (ασυντηετουσ), appare essere una caratteristica specifica del popolo giudaico. Israele mancò sempre di fedeltà al patto di alleanza con l’Eterno. Paolo si confronta con una categoria di persone che hanno “conoscenza del giudizio di Dio”, escludiamo che il non-credente possa possedere una qualche conoscenza di Dio come Sommo Giudice, diversamente da un giudeo.