ANNOTAZIONI ALL’EPISTOLA AI ROMANI CAP.7:
UN CREDENTE NAUFRAGATO O UN CREDENTE LIBERATO DAI LACCI DEL PECCATO?


Il brano di Rom.7-25 si presta a sette sostanziali interpretazioni o opzioni esegetiche:

1) Paolo sta trattando dell’esperienza dei cristiani in generale, inclusi i migliori e più maturi. Questa esperienza documenta il conflitto esistente tra carne e spirito che caratterizza il cammino di ogni credente su questa terra; secondo tale interpretazione il v.9 tratterebbe dello stato del credente prima della conversione (verbo al passato) e immediatamente dopo questa (verbi al passato sino al v.13), per poi concentrarsi sul conflitto interiore del credente nel momento in cui la Legge di Dio pone in questione il suo peccato (verbi al presente vv.14-23). Il conflitto è destinato a risolversi definitivamente solo quando Cristo completerà, con la trasformazione dei corpi mortali, la salvezza già avviata (verbo al futuro v.24).

2) Paolo non starebbe facendo riferimento all’esperienza dei credenti in generale, ma soltanto alla sua in particolare. Ovviamente tale interpretazione si distingue dalla precedente solo a livello stilistico.

3) Il brano ci documenta sempre delle vicende dell’apostolo precedenti la conversione: il riferimento è dunque al passato di Paolo, inteso, però, alla luce della sua presente fede cristiana.

Quest'interpretazione si distingue dalla prima solo per il diverso rilievo dato al v.9 che viene valutato come un particolare biografico dell’apostolo, il quale visse senza obblighi nei confronti della Legge mosaica fino all’età di 13 anni momento in cui ogni ragazzo ebreo si confrontava con la cerimonia del Bar-mitwa, durante la quale si veniva ufficialmente introdotti all’osservanza della Legge.

4) Il brano in questione ha a che fare con l’esperienza di Paolo, prima della sua conversione, ed è l'analisi di tale condizione passata compiuta con la mentalità di un ebreo osservante della legge.

Riteniamo che questa interpretazioni concili le precedenti, e debba essere in generale preferita. Il brano di Rom.7:7-25 deve intendersi come uno sviluppo di Rom.7:5 (così come Rom.8 risulta essere uno sviluppo di Rom.7:6) dal punto di vista di un giudeo osservante, come era Paolo prima di incontrare il Signore. Il brano non vuole tanto essere una testimonianza della lotta tra carne e spirito interna alla coscienza del credente, quanto piuttosto un insegnamento sull’inefficacia della Legge mosaica per quanto concerne la salvezza. Il soggetto del brano non è dunque tanto il credente quanto piuttosto la Legge.

Il v.8 afferma "senza la Legge il peccato è morto" ( che costituisce una ripresa di quanto affermato in Rom.5:13 "il peccato non è imputato quando non vi è Legge" ), e il v.9 dove aggiunge "E ci fu un tempo, nel quale, senza Legge vivevo; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita ed io morii". Certamente qui si ha a che fare con un particolare auto-biografico (probabilmente proprio al Bar-mitwa, anche se tale conclusione non è strettamente necessaria all’argomentazione).

Il v.12 " Talchè la Legge è santa e il comandamento è santo, e giusto e buono" , che secondo l’interpretazione 1) era ritenuta essere la confessione di un cristiano, potrebbe allo stesso titolo essere intesa come la confessione di un giudeo pio (come era il fervente fariseo Saulo).

Il v.14 " Noi sappiamo infatti che la Legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato", segna il passaggio dai verbi al passato ai verbi al presente, tale cambiamento di tempi verbali non è, di per sè, molto significativo (vedi il passaggio del verbo dal passato al futuro in Rom.6:5 e dal passato al presente in Rom.6:6, per indicare momenti concomitanti della giustificazione).

Il v.14 " Noi sappiamo infatti che la Legge è spirituale: ma io sono carnale venduto schiavo al peccato" non può essere riferito al credente in Cristo dopo le affermazioni di Rom.6:7,18 secondo cui il credente non è schiavo del peccato.

Rom.7:15-23 debbono essere intesi come testimonianza della potenza del peccato nella vita di una persona che, pur avendo conoscenza della Legge mosaica, pure, non riesce a pareggiare i conti con essa. Il v.24 " Misero me chi mi trarrà fuori da questo corpo di peccato" testimonia ulteriormente della lontananza di quest’uomo da Dio. Solo in Cristo il "corpo di morte è annullato" (Rom.6:6). Il v.25b appare, dunque, un riepilogo di tutto il brano di Rom.7:7-25 (così come Rom.7:7-25 era stato uno sviluppo di Rom.7:5).

Concludiamo dicendo che il brano in questione, alla luce delle finalità complessive dell’epistola ai Romani, esige una interpretazione in chiave didattico-evangelistica, piuttosto che antropologico- esistenziale, interpretazione quest’ultima a cui si ispirano le esegesi precedentemente proposte.

Esistono ancora tre opzioni interpretative che, alla luce di quanto detto, risulterà più semplice esaminare:

5) Paolo sta considerando l’esperienza di un ebreo non-cristiano, così come viene intesa in una prospettiva cristiana.

Tale interpretazione non tiene conto del dato auto-biografico del v.9.

6) Si tratta dell’esperienza di un ebreo non-cristiano, così come viene intesa dallo stesso.

7) Si tratta dell’esperienza di un cristiano che sta vivendo ad un livello molto basso di vita cristiana, in cui molta parte dell’osservanza della volontà di Dio è trascurata. Tale credente tenta di resistere alla propria concupiscenza facendo affidamento esclusivamente alle proprie forze. Vedi 4) per la confutazione di tale esegesi.


(autore: Domenico iannone)